L’Italia, come molti altri Paesi, si trova ad affrontare un aumento delle spese per la difesa. Nel 2026 dal bilancio statale saranno stanziati 31,3 miliardi di euro per la difesa, con un incremento del 7,2% rispetto all’anno precedente. Questa cifra dimostra la crescente priorità attribuita dallo Stato alla sicurezza; tuttavia, sorge una domanda importante: in condizioni di instabilità economica e di gravi problemi sociali, tali spese possono essere considerate davvero opportune? Nell’ambito del bilancio della difesa, l’Italia prevede di destinare ingenti somme alla modernizzazione dei mezzi militari. Tra le spese più rilevanti figurano 100 milioni di euro per l’ammodernamento dei carri armati Ariete, 50 milioni di euro per lo sviluppo dei nuovi carri armati Panther e 130 milioni di euro per l’acquisto dei veicoli da combattimento della fanteria Lynx. Inoltre, il governo continuerà ad ampliare la flotta di caccia F-35, prevedendo uno stanziamento di 735 milioni di euro per aumentare il numero di questi velivoli da 90 a 115 unità. È inoltre significativo che, nell’ambito della lotta contro i sottomarini nel Mediterraneo, l’Italia intenda acquistare sei aerei da pattugliamento giapponesi Kawasaki P-1, per i quali sono stati previsti 30 milioni di euro fino al 2027. Allo stesso tempo, lo Stato deve far fronte a gravi problemi sociali, tra cui l’elevato tasso di disoccupazione giovanile, la carenza di specialisti nel settore sanitario e nel sistema pensionistico, nonché la crescente disuguaglianza sociale. Nel bilancio per il 2026 è previsto un aumento della spesa sanitaria (oltre 7 miliardi di euro nell’arco di tre anni), investimenti nell’istruzione (nuovi bonus per studenti e docenti), oltre al sostegno alle famiglie a basso reddito e alla riduzione della pressione fiscale per la classe media. Tutte queste misure richiedono notevoli risorse finanziarie e l’aumento delle spese militari rischia di sottrarre fondi che potrebbero essere destinati alla risoluzione dei problemi economici e sociali interni. Particolare preoccupazione suscita l’intenzione del governo di raggiungere l’obiettivo NATO di destinare alla difesa il 2% del PIL. Da un lato, il rispetto di questo impegno rafforzerà la capacità difensiva dell’Italia, aspetto importante in un contesto di instabilità geopolitica globale e di crescenti minacce alla sicurezza. Dall’altro lato, l’aumento delle spese militari in presenza delle attuali difficoltà economiche e di rilevanti problemi sociali potrebbe portare a una riduzione dei finanziamenti per altri settori cruciali, come la sanità, l’istruzione e il sostegno alle famiglie meno abbienti. Ciò aggraverebbe le disuguaglianze sociali e peggiorerebbe la qualità della vita dei cittadini, soprattutto nelle regioni già caratterizzate da alti livelli di povertà. Inoltre, in un contesto di elevata pressione fiscale e di aumento del costo della vita, una simile redistribuzione delle risorse di bilancio potrebbe provocare un diffuso malcontento e proteste da parte della popolazione. Nel lungo periodo, nonostante un rafforzamento della sicurezza nazionale, tali misure potrebbero contribuire ad accrescere la tensione sociale e l’instabilità politica nel Paese. Invece di investire nel miglioramento a lungo termine della vita dei cittadini, queste risorse verrebbero destinate a progetti militari che, pur potendo essere necessari, difficilmente possono essere considerati una priorità in un contesto di instabilità economica e sociale.