“Le vite intraviste” (Golem Edizioni) è il nuovo romanzo di Daniele Cargnino. Chi è Daniele Cargnino? Daniele è un poeta e un romanziere, un giovane intellettuale che ha pubblicato tre raccolte poetiche con la casa editrice Ensemble: “La sposa nella pioggia” (2018), “Blu oltremare” (2019) e “I depressi odiano l’estate” (2021). Tra il 2022 e 2023 sono uscite altre due raccolte: “Fallimentare urgenza creativa (Ed. Il Leggio) e “Anoressia sentimentale” (Ed. Porto Seguro), a cui ha fatto seguito “L’antidoto al morso dei poeti” (2024), sempre per Il Leggio. Insieme a Laura Patrizi ha pubblicato il romanzo “Schegge di luce” (2021), Ensemble. Alcune sue poesie sono state pubblicate sul quotidiano La Repubblica.

  1. Daniele Cargnino, “Le vite intraviste” (Golem Edizioni – Torino, gennaio 2025) è il tuo primo romanzo, anche se in realtà, nel 2021, desti alle stampe Schegge di luce, un’opera scritta insieme a Laura Patrizi. “Le vite intraviste” è un lunga confessione dove la trama c’è e non c’è. Per scrivere questa opera hai adottato un metodo particolare, un po’ avanguardistico. Daniele Carnigno, perché hai deciso di adottare una tecnica narrativa che consistete nella libera rappresentazione dei pensieri?

Perché penso sia l’unico modo in cui sono capace a scrivere. Lascio che a parlare siano i miei pensieri, il cervello detta e le dita gli vanno dietro, sempre che battano sui tasti abbastanza veloce. D’altronde, quando uno pensa e pesca da se stesso, non usa lo stesso metodo narrativo che userebbe per raccontare una storia con una trama, diciamo, più tradizionale. Io non ho fatto corsi di scrittura, per cui non saprei dire se questo metodo che tu chiami avanguardistico sia il più giusto, sicuramente è sincero nel rappresentare una certa mia condizione di pensiero e di creatività.

  1. In “Le vite intraviste” ho notato – e forse sbaglio – sedimenti utilizzati da alcuni scrittori: James Joyce, Virginia Woolf, Jack Kerouac, Guido Piovene, Italo Svevo e Dante Virgili. Daniele, quali autori hanno maggiormente contribuito a ampliare la tua sensibilità artistica e umana?

Direi che ci hai preso abbastanza con tutti, ne aggiungo solo uno che per me è una specie di padre letterario: Cesare Pavese.

  1. Per certi versi, “Le vite intraviste” mi ha ricordato un’opera molto controversa, La distruzione di Dante Virgili. Sia tu che Dante Virgili guardate al mondo come se fosse un nemico, ma mentre Virgili voleva la scomparsa della razza umana, tu, Daniele Cargnino, vorresti che il tuo personaggio vivesse la sua vita e trovasse la felicità, anche se non è del tutto sicuro di volerla davvero, forse perché è troppo consapevole che nulla è per sempre. “Le vite intraviste” contiene anche degli elementi spiccatamente romantici, gli stessi che possiamo trovare in due romanzi capitali, “I dolori del giovane Werther” di Goethe e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo. Daniele, potresti approfondire queste mie considerazioni, magari confutandole?

Hai nominato uno dei miei libri preferiti, ovvero Il giovane Werther. Una storia diversa, ma che in effetti potrebbe trovare echi nelle “Vite intraviste”. Forse non tanto sotto il punto di vista della corrente del Romanticismo, ma in quell’anelare qualcosa che non può essere – più – raggiunto o che si è sgretolato irrimediabilmente. La felicità è una trappola, diceva Monicelli. E io ne ho sempre avuto paura. Non ci ho mai creduto fino in fondo alla possibilità di essere felice, ma non per colpa del mondo o degli esseri umani: la responsabilità è sempre una cosa personale, non condivisa. La pena può essere condivisa, forse. Ma la responsabilità mai. Alla fine, è una scelta. come quella di Werther di ammazzarsi per amore. Io spero di non farlo, ma chi può dirlo.

  1. Il flusso di coscienza è considerato da quasi tutti un genere letterario, anche se alcuni autori ritengono che questa sia un’affermazione piuttosto dubbia. A parte le controversie, come ben sai, Daniele, il flusso di coscienza ha avuto il suo periodo d’oro dopo le pubblicazioni di Sigmund Freud sulla psicoanalisi. Ma Marcel Proust è stato il primo autore ad adottare la tecnica del flusso di coscienza. “Le vite intraviste” è anche una confessione, un tentativo di psicanalisi per esorcizzare il passato e poter guardare avanti, per poter prendere in seria considerazione il futuro?

“Le vite intraviste” sono tutte le cose che hai detto e di più. Sono frammenti, scontri, parole sbagliate, tatuaggi per coprire le ferite. Partiamo dal presupposto che un libro non guarisce. Al massimo lenisce, ma nemmeno troppo. Nessun libro può farlo. però può essere usato – e scritto – come forma di autoterapia. Il passato rimane tale, non cambia scrivendone. Probabilmente è solo un modo da parte dello scrittore di farci i conti, con l’illusione che fissandolo su carta, possa fare meno male e si possa guardare oltre, ma non è così. Mentre scrivevo “Le vite intraviste”, ho pianto molto, ma non volevo smettere, anche se ogni riga era una coltellata. Ma credo ci sia bisogno di questo tipo di letteratura che faccia male e provare dolore, altrimenti vivremmo nel migliore dei mondi possibili. E naturalmente non è così.

  1. In “Le vite intraviste” citi Oscar Wilde: “Un personaggio nel fango che guarda le stelle”. Il tuo romanzo, almeno secondo me, è un amalgama di finzione e realtà, tuttavia credo fermamente che ci sia molto di te, della tua esperienza. Daniele Cargnino, tu usi termini semplici ma colti, e ogni tua frase è intrisa di poesia agrodolce. La tua opera è poesia riversata in un lungo flusso di coscienza. Che cosa ha da farsi perdonare il protagonista di “Le vite intraviste”?

Intanto il protagonista deve imparare a perdonare se stesso. Darsi una pacca sulla spalla e dirsi che nonostante tutto, è stato bravo e ha fatto del suo meglio. Certo, è caduto, ha provato a rialzarsi, ha fallito nuovamente trascinando con sé altre persone e probabilmente sentendosi più in colpa di quanto avrebbe dovuto, e non ce l’ha mai fatta a perdonarsi. Questa come prima cosa. Dopodiché subentra il concetto di responsabilità: il protagonista ha sicuramente commesso degli errori e degli sbagli, ha avuto comportamenti scorretti e per la prima volta in vita sua ha provato l’abbandono e la solitudine. Non è stato sempre corretto, ha dei ricordi che lo tormentano e la prospettiva di non costruire niente mentre tutto intorno cambia lo atterrisce. Forse è questo che deve farsi perdonare: come ha vissuto fino al momento in cui ha realizzato che nulla era più come prima. Nemmeno lui.

  1. Sin dall’inizio avverti il lettore che leggendo “Le vite intraviste”, non troverà delle risposte, ma solo altre domande. Daniele Cargnino, hai mai pensato che le domande possano essere un’altra forma per cercare di fugare i tanti dubbi che avvolgono la nostra esistenza?

Le domande sono fondamentali per me. Io chiedo sempre tutto, ogni cosa. Sono un curioso di natura. E questa curiosità mi ha portato a leggere, ascoltare musica, guardare film, essere quello che sono. Io sono avido di domande, e penso che ci sia sempre da imparare, soprattutto da chi ha più esperienza di me. Io non possiedo nessuna risposta né sarei in grado di insegnare niente a chicchessia, però sono pieno di domande da quando mi sveglio.

  1. La tua opera è ricca di angoscia. Kierkegaard, descrivendo l’angoscia prima della colpa, la caratterizza come angoscia davanti alla libertà; Heidegger la considera invece come la percezione del nulla. Il protagonista del tuo romanzo, a mio avviso, teme sia la libertà, sia il nulla. Solitudine e una primavera che tarda arrivare e che forse non arriverà mai. Daniele, nel tuo lavoro ci sono anche parecchi elementi che possiamo ricondurre alla filosofia degli esistenzialisti?

Credo di sì, ma senza scomodare i grandi filosofi che hai citato tu, anche se ti ringrazio molto dell’accostamento. Il mio protagonista è semplicemente un essere umano che a un certo punto non trova più la rotta ed è in alto mare su una nave carica di fantasmi. La primavera ormai è alle spalle e l’estate non arriva. Cosa gli resta? Un mucchietto di ricordi, un covo di scheletri e bolle di sapone che scoppiano appena vengono soffiate.

  1. “Sono rimasto dentro il mio pozzo, non ho mangiato, non ho respirato. Quando è così, tutto diventa insignificante – ha a che fare con quel buco nero che mi divora, mi lascia nel fondo addormentato e pesante. Non ricordo niente di quello che poteva darmi sollievo, niente del mondo che mi piaceva, qualcosa che mi tenesse vivo. Non lo vedo proprio il mondo. Come se non ci fosse, Le cose non mi dicono niente. Vorrei avere la forza di trattenerle, ma non saprei che farmene. Mi parlano, ma non voglio ascoltarle. Non rileggo neanche queste righe, vedo sfocato anche il muro. Aspetto che mi arrivino in bocca parole veloci, ma non sono capace – quante volte l’ho detto.” “Le vite intraviste” parla di una persona che non nutre alcuna speranza; si abbandona ai suoi pensieri, ai suoi ricordi… e ripercorre le vite che ha sfiorato (intravisto). Il lettore arriva a conoscere un uomo sconfitto che, per assurdo, fa della sconfitta la sua unica ragione di vita!

Sì, è una prospettiva interessante, anche se il finale è meno cupo di quanto può sembrare. La vittoria della sconfitta poteva essere un altro titolo interessante. Però non credo che il protagonista viva unicamente per la sconfitta, anzi lo fa stare male perché intorno a lui le persone vanno avanti e lo dimenticano e questo lo rende infelice. Cercasse la sconfitta a tutti i costi, godrebbe di questa situazione. Invece no. Sente solo dolore e ansia ovunque si giri, tutta la città ne è permeata e lui non fa eccezione.

  1. Daniele Cargnino, tu sei sostanzialmente un poeta. Il tuo romanzo è intriso di poesia, ma anche di filosofia e pensieri che sono come serpenti. Perché lo hai scritto? Quanto impegno ti è costato mettere nero su bianco questa storia? Credi che la letteratura possa almeno portare una illusione di serenità all’artista?

Mi piace l’analogia dei serpenti, perché dà l’idea che non c’è antidoto. E in effetti è così. Mi è costato molta fatica ma non dal punto di vista dell’impegno, perché non ho un metodo di scrittura per cui serve disciplina. Mi è costato fatica nella misura in cui ho tirato fuori sentimenti e sensazioni che o erano sopite o avevo volontariamente tenuto nascoste per senso di vergogna o per paura. D’altronde, il peggior nemico che abbiamo siamo noi stessi, e questa presa di coscienza, secondo me, non può portare serenità, ma un senso di impotenza e rassegnazione. E il linguaggio più consono da usare per me è la poesia, perché mi permette di esplorare l’universo che ho dentro e che non saprei dire diversamente.

  1. Un’ultima domanda, Daniele: perché scrivi? Per te scrivere è solo un hobby o ti aspetti qualcosa di più? Immagino che ti piacerebbe essere letto da molte persone ed essere riconosciuto dalla stampa e dalla critica come uno scrittore di grande valore.

Allora, in realtà no. O meglio, certo che mi fa piacere essere letto e magari apprezzato, ma per me è più un modo per confrontarmi con me stesso e la realtà che mi circonda. Non so se sono un bravo scrittore; sicuramente cerco di fare del mio meglio, però non mi aspetto niente perché sono già deluso abbastanza! No scherzo, ma uno dei complimenti più belli che mi si possano fare a proposito di quello che scrivo è quando mi dicono che qualcuno si è riconosciuto in una frase, in un pensiero, in una parola. E allora sento di aver fatto bene il mio lavoro, che lavoro non sarà mai, semmai amore e rabbia.