A quarant’anni dalla fondazione, la Società Italiana di Cure Palliative si conferma riferimento scientifico e culturale. Tra diritti acquisiti e divari ancora aperti, la sfida è rendere universale l’accesso alla cura nella fase più fragile della vita

Quarant’anni fa nasceva la Società Italiana di Cure Palliative. Oggi quel nucleo originario è diventato un punto di riferimento scientifico, culturale e istituzionale, contribuendo a ridefinire il ruolo della medicina: non solo guarire ma prendersi cura, sempre e fino alla fine, del malato.

Unica società scientifica italiana dedicata specificamente alla diffusione delle cure palliative, la SICP riunisce competenze diverse — medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, medici di medicina generale, fino agli assistenti spirituali — con un obiettivo comune: mettere al centro il paziente e la sua famiglia. Nella fase avanzata della malattia, infatti, i bisogni superano la dimensione clinica e investono aspetti psicologici, sociali ed esistenziali. È su questa visione multidimensionale che si è costruita l’identità delle cure palliative in Italia.

A imprimere una direzione decisiva fu Vittorio Ventafridda, tra i pionieri internazionali nello studio del dolore oncologico e nello sviluppo dell’assistenza domiciliare. Il suo approccio ha segnato un cambio di paradigma: non la durata della vita, ma la sua qualità, con la relazione di cura come elemento centrale.

Fondata a Milano il 5 giugno 1986, la SICP ha attraversato fasi di crescita e momenti critici, superati grazie a una progressiva strutturazione organizzativa. Dalla nascita delle reti regionali alla definizione delle Unità di Cure Palliative, fino al ruolo nei tavoli ministeriali, la Società ha accompagnato l’evoluzione del sistema sanitario. Snodo fondamentale è stata l’approvazione della Legge 38/2010 che ha sancito il diritto all’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. A distanza di anni, il quadro è in chiaroscuro: le reti si sono sviluppate e gli hospice sono entrati stabilmente nel sistema, ma persistono forti disuguaglianze territoriali e un divario evidente tra diritto formale e accesso reale.

Nel frattempo, le cure palliative hanno ampliato il proprio ambito: non più limitate all’oncologia o alle fasi terminali, riguardano oggi anche le patologie cronico-degenerative e vengono attivate in modo più precoce, in base alla complessità dei bisogni. Un’evoluzione legata anche ai cambiamenti demografici e sociali, che impone modelli assistenziali sempre più integrati tra ospedale e territorio.

È su questo terreno che interviene la riflessione di Gianpaolo Fortini. «Parlare oggi di cure palliative significa prendere posizione su cosa intendiamo per medicina e su che tipo di società vogliamo essere», osserva. Per il dott. Fortini, il modo in cui un Paese accompagna le persone nella fase finale della vita è un indicatore diretto della sua maturità democratica. Le cure palliative, sottolinea, rivelano la natura del sistema sanitario: universalistico, solidale, centrato sulla persona. I numeri confermano la portata della sfida: ogni anno in Italia circa 550.000 persone muoiono e fino a 350.000 necessitano di cure palliative. Se si considerano anche i caregiver, il bisogno coinvolge oltre un milione di cittadini. Tuttavia, solo una quota limitata accede a servizi strutturati, con forti disomogeneità territoriali. «Se le cure palliative sono un indicatore di civiltà, questo divario è un indicatore di disuguaglianza», avverte Fortini, ribadendo che «funzionano quando diventano sistema, non quando restano servizio». A quarant’anni dalla fondazione, la SICP prosegue su una linea chiara: consolidare le reti, rafforzare le competenze e promuovere una cultura della cura che includa l’accompagnamento fino alla fine della vita. Il congresso nazionale previsto a Riccione dal 19 al 21 novembre 2026 rappresenterà un momento di verifica anche sul processo di accreditamento delle reti locali, con obiettivi fissati nei prossimi anni. La posta in gioco è alta. «Le cure palliative sono il punto in cui una società decide se la dignità è un principio astratto o un diritto concreto», conclude Fortini. Una questione che riguarda il sistema sanitario, ma anche — e soprattutto — l’idea di società che si intende costruire.