Da Judicael Ouango
#judicaelOuango

Guardavo i bimbi giocare sotto la canicola con la classica espressione del bambino che gioca; felice e spensierata. Era Agosto, e l’afa aveva svuotato le strade dalle poche persone rimaste in città. Persino i turisti sembravano una chimera. Quei bambini, stavano lì, tutti di origine straniera, in quel di napoli, ad animare una città spenta.
L’estate finirà laddove è cominciato, e finirà lì. Poi torneranno a scuola, e non diranno niente. La normalità, per i bimbi, è niente. Non diranno delle loro vacanze, poiché vacanze non ci sono state. Un mutismo di vergogna, ed in un bambino, è una cosa orrenda.
Era poco dopo il 2010.
Fu allora che pensai ad una vacanza sociale. Una vacanza alla portata di tutti, dove bambini, migranti ed italiani si sentano “uguali”. Chiunque volesse venire, doveva fare solo il biglietto del treno.
Bastó l’idea, e le persone giuste. Viviana Rasulo in primis, ed il tutto fu così semplice e bello. La chiamata era semplice, inusuale, forse presa poco sul serio. Diceva “condividiamo un pezzo di letto, ed uno scorcio di mare. Se non potete andare al mare ma avete tempo, venite da noi. Organizziamo una vacanza sociale senza costi dando in precedenza le famiglie con figli piccoli ma siamo aperti a tutte le anime in cerca di un abbraccio”.
Forse fu troppo poetico, ma signori che meraviglia che ha la vita da offrire! 30 persone di cui bambini, donne, uomini, neri e bianchi, 15 tende montate nel giardino, la brace sempre accesa, la musica che faceva ballare i più piccoli ed i più, i sorrisi che non smettevano mai.
Polllica tuttora si ricorda di questo gruppo misto che eravamo. Sulle spiagge, i ragazzi suonavano il Djembé ed insegnavano a centinaia di persone a ballare. Il nostro gruppo misto era sotto i fuochi dei riflettori perché era inusuale. Kyle del Sri Lanka, Joanna della Polonia, David degli USA, chi del Senegal, dell’Italia, del Burkina Faso, tutte persone escluse che erano lì, ed erano felici.
Quante emozioni, quante storie da raccontare, quanta gioia.
Per la prima volta, dei ragazzi avevano conosciuto la vacanza, qualcuno appreso a nuotare, altri, semplicemente a parlare, confidarsi. Era bastata un idea.
Ne facemmo 3 in totale. Furono la conferma che discriminare porta isolamento e rabbia. Abbiamo messo insieme non una struttura, ma più anime per accogliere più anime.
Mi è impossibile oggi proseguire in una tale direzione. Ma vorrei.
Vorrei che tutti noi ci accorgessimo che la maggior parte dei nostri figli vanno dallo psicologo o hanno bisogno di un seguito costante, il che è arduo per chi non ha sostegno in loco. San Patrignano ed altre strutture di cui il numero è sempre in aumento testimoniano insieme alla profusione di psicologi lo stato mentale della gioventù italiana.
Ma…
Chi guarda ai figli dei migranti? Chi nota il fatto che quegli adolescenti non hanno nemmeno la 10 euro settimanale per uscire e bere una coca cola con gli amici? Chi dice nulla quando tutti raccontano di vacanze e loro muti e costretti a ritornare sulla solita storia del ritorno al paese di origine. Chi vede quei ragazzi in perenne conflitto con i loro genitori ma con una frattura di natura diversa? Chi gli spiega perché le guardie di sicurezza li seguono come ombre quando entrano in un negozio formalizzando un accusa ingiusta nei loro confronti? Chi gli spiega perché non possono entrare in certi posti? Chi si occupa dell’emergenza psicologica che affligge il mondo migrante?
É brutale vivere in un mondo che ostenta senza lasciarti entrare. I ragazzi migranti vanno seguiti esattamente quanto i ragazzi italiani. La loro rabbia e delusione è esplosa per le strade, le loro speranze deluse li rendono incuranti delle leggi, ma sopratutto, quel conflitto interiore che è cresciuto in loro senza che nessuno di noi intervenga li ha allontanati da loro stessi.
La normalità è la soluzione.
Ho cercato di parlare con dei ragazzi qualche tempo fa. Credo lo si chiami “maranza”. Ammetto di non aver capito se è un termine buono o no. Erano su una strada nota di napoli e per strada parlavano ad alta voce, bevevano e fumavano di tutto di più mentre passavano delle famiglie con piccoli al seguito. Mi fermai a chiedere una sigaretta( li avevo) e me la diedero. Mi chiesero se volessi un po di fumo ma ringraziai e proposi a loro un po di caffè ed acqua dal bar alle loro spalle. Ridendo mi dissero che preferivano la birra. Ed io mentendo dissi di essere musulmano e di non poterla comprare né per me per nessuno. Risero di buon gusto perché erano tutti mussulmani. Pensai in quel momento a chi parla di islamizzazione. La gente a volte è così sprovvista di buon senso che non si accorge che il capitalismo inibisce ogni religione. Chiesi di fumarmi la sigaretta con loro e mi sembrarono scettici. Forse perché erano lì per quell’altro scopo. Gli dissi che non avevano niente da temere, che ero un scrittore Dj che insegnava anche a scuola. E chiesi a loro come facevano ad essere per strada quando forse qualcuno non aveva nemmeno 15 anni. Risero ancora. Ma poi si aprirono.
Se pregassi, avrei pregato per giorni per scacciare il demone dai loro cuori. Si sentono soli, fragili, costretti, umiliati. Non ho visto ragazzini, ho visto chi è pronto a tutto per farsi rispettare, vedere.
Dei piccoli guerrieri pronti a fare la storia come i trecento. Prima combattere, poi spiegarsi. Sentono le bombe dí indifferenza che gli cadono attorno, pallottole di frustrazione che gli squarcia le carni, vivono in trincea. Parlavo con ragazzi che avevano incubi, ma erano svegli. Mi rattristò il loro dolore, la mia impotenza. Qualche volta, dei loro clienti si fermavano, e c’era un rapido passaggio. I clienti, perlopiu, erano italiani. Quanto possa essere stupidì rischiare così tanto per così poco… per loro una sfida, per lo Stato un reato. Fecero degli apprezzamenti a delle donne che affettarono il passo mentre ridevano, e con qualcuno quasi se la presero ma la lite si sedò subito per via di una volante della polizia che passava in quel preciso momento. Sembrava di essere al cinema, ma non era altro che una lacerante e dolorosa realtà. Quei ragazzi, hanno bisogno dello psicologo. Molti però nelle nostre culture considerano lo psicologo come medico dei pazzi, e l’Italia non ha mai compreso che l’inclusione passa per la conoscenza e la cura dell’altro. L’Italia non ha considerato avere degli uomini, ma semplicemente delle braccia. E braccia sono, ma completate dal resto. E ciò ci rende uguali.
Dobbiamo con la nostra utilità sociale trasformare le cose, non separare le vite nella stessa società. È una schiavitu moderna, senza frustra, ma ferisce l’anima, e destabilizza lo spirito.
Torniamo buoni, per non alimentare la cattiveria. Offriamo vacanze quando possiamo, un sorriso per strada, un attenzione della maestra, facciamoci complimenti a vicenda, diamoci una chance , permetteteci di vivere vite come le vostre. Il confinamento nella stalla pesa.
Ps. Se avete una camera in più nella vostra residenza di vacanza ed avete colleghi migranti che non andranno da nessuna parte, invitatelo 🙂Buondì amici

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