Da Andrea La Rovere
Ma voi l’avete visto lo spot con la donna del ’46 che sogna Meloni e – invece di chiamare subito un bravo medico della mente – trova in sé una consapevolezza nuova e il giorno dopo si reca alle urne come in una versione pezzotta di “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi?
No, perché ho dovuto pizzicarmi perché temevo di essere io quello che stava facendo un – brutto – sogno.
Forse siamo di fronte alla roba più imbarazzante, genuinamente cringe che si sia mai vista, un cortometraggio troppo brutto per essere vero, un’esperienza che toglie lavoro ai comici, che nemmeno Crozza sotto LSD avrebbe potuto concepire.
La trama, già di per sé, sembra scritta da uno sceneggiatore di Boris dopo aver battuto forte la zucca contro un lampione.
Siamo nel 1946. Una donna italiana, che viene definita “sposa e madre”, tanto per chiarire subito qual è il posto delle donne, finalmente chiamata a votare dopo secoli di esclusione dalla vita politica, invece di sentire il peso storico del momento, fa la svogliata.
Ma sì, non è convinta, meglio se ne sta a rammendare i calzini del capofamiglia, che ci vado a fare a votare? Deve pensarci.
Il primo capolavoro è il marito. Nello spot è lui che incoraggia con insopportabile paternalismo la moglie a recarsi al seggio. Lui, l’uomo, il maschio ragionevole, quello che capisce prima di lei l’importanza del momento. E glielo spiega, perché un po’ di “sano” mansplaining non ce lo vuoi mettere?
Ci vuole il maschio pedagogico che accompagna la donna verso la democrazia, come se fosse una bambina un po’ tonta da convincere ad andare all’asilo. Meraviglioso. Poco conta che, storicamente, un numero impressionante di uomini fece di tutto per rimandare, limitare, addomesticare o boicottare il voto alle donne. Paura che votassero “male”, paura che fossero influenzate dai preti, paura che non capissero, o – soprattutto - che capissero benissimo. E invece nello spot arriva il marito illuminato: “Cara, pensaci”, al posto della sbuffata che – nel migliore dei casi – avrebbe opposto ai suoi dubbi.
Poteva finire qua? Ah, per me non doveva proprio iniziare, e invece sentite qua.
Quella si addormenta, sogna il futuro della Repubblica e, colpo di genio che nemmeno in una fiction Rai co-prodotta con la Turchia, vede Giorgia Meloni che giura da presidente del Consiglio.
“IL” presidente, per dirla con Giorgia, donna, madre e cristiana che sfoggia il potere al maschile perché sennò vale meno.
A quel punto, anziché tirarsi su e urlare con la frangetta madida di sudore appiccicata alla fronte, si sveglia illuminata e corre al seggio, seguita da una serie di donne stereotipate peggio di lei.
Pare evidente, a questo punto, che il suffragio femminile non sia il risultato di lotte, rivendicazioni, Resistenza, trasformazioni sociali, battaglie civili e politiche. No, era solo il trailer lungo settantasei anni che serviva a tirare la volata all’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Ora, uno può anche avere una certa disinvoltura propagandistica, per carità, questi ci vincono le elezioni raccontando balle da decenni. Però qui siamo oltre, qui si prende un evento gigantesco, il primo voto nazionale delle donne italiane – dopo la prova generale delle amministrative qualche mese prima - e lo si riduce a spot celebrativo di una leader contemporanea. Una sorta di televendita coi vestiti di nonna.
La cosa più spettacolare è chi firma l’operazione, Fratelli d’Italia, cioè il partito che discende dalla tradizione postfascista che adesso decide di intestarsi il voto alle donne come se fosse una naturale tappa del proprio album di famiglia.
Una roba da mettersi seduti e respirare piano dentro un sacchetto di carta.
No, perché il fascismo io me lo ricordavo un po’ diverso con le donne. Le voleva madri, mogli, fattrici patriottiche, angeli del focolare con grembiule, in religioso silenzio davanti al marito, signore e padrone per legge. Le voleva utili alla nazione, ma non libere nella nazione. Le voleva prolifiche, obbedienti, decorative quando serviva, invisibili quando contava. Altro che emancipazione.
E l’idea che quella destra, in quel contesto culturale, sarebbe stata lì a sventolare il suffragio universale come una conquista fa venire i nervi, al di là della comicità involontaria. La destra dell’ordine, della famiglia gerarchica, della donna al suo posto, del maschio capofamiglia, guardava il voto femminile con terrore.
In questa squallida operazione, le donne del 1946 non sono più soggetti politici e la Repubblica non nasce più dalla fine della dittatura, dalla Resistenza, dal ritorno alla sovranità popolare, diventa solo un lungo corridoio narrativo che conduce alla scena madre, quella di Meloni che giura.
Davanti a una cosa del genere, pure il René Ferretti di “La qualità c’ha rotto il ca**o” avrebbe aggiunto “Diamoci una calmata!”.
Insomma, se volete emozionarvi davanti allo schermo e capire cosa voleva dire votare per le donne del ’46, guardatevi il bianco e nero del film di Cortellesi, o magari cercatevi la bella puntata di “Passato e Presente” sul tema su Raiplay. I colori smarmellati lasciamoli sui poster elettorali attaccati a qualche muro scrostato.
#melonispot #votoalledonne
#1946 #Meloni #paolacortellesi #ilpresidentemeloni
@emama ma cosa diavolo è???
@Madmonkey @attualita lo spot di FDI per il 2 giugno
@emama @attualita ma gesù d’amore acceso…
@Madmonkey @attualita @emama si chiama revisionismo storico.
Io al massimo, se sogno meloni, il giorno dopo passo prima dal fruttivendolo e poi in salumeria. Risolto il problema di cosa farsi a pranzo 🍈




